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Cloni Digitali e AI: Una Rivoluzione Imminente che Trasformerà la Ristorazione?

Cloni Digitali e AI: Una Rivoluzione Imminente che Trasformerà la Ristorazione?

Il mondo sta cambiando, l’evoluzione continua e incalzante è il paradigma con cui ci confrontiamo ogni giorno, nella vita privata e nel lavoro. Una trasformazione che interessa anche le dinamiche relazionali tra persone, clienti e brand, così come gli strumenti, le strategie e le metodologie operative delle imprese.

Cloni digitali e AI nella ristorazione: fantascienza o realtà? Lo abbiamo chiesto a → Simone Puorto, tecnofilosofo e autore di We are the Glitch.

Indice dei Contenuti

Intervista a Simone Puorto

Simone Puorto è tecnofilosofo, consulente, scrittore e board advisor per oltre una dozzina di aziende tech internazionali. Fondatore dello studio di consulenza Travel Singularity e di Rebyū – un’intelligenza artificiale progettata per rispondere automaticamente alle recensioni degli hotel – Simone è anche docente MBA in prestigiose istituzioni europee.

Nel suo ultimo libro, We Are the Glitch, pubblicato per la collana Accadde Domani FuTurismo, esplora il rapporto tra tecnologia e umanità.

Approfondisci l’argomento con il libro → We are the Glitch. Come AI, Web3 e Metaverso stanno trasformando il settore dell’Accoglienza

In occasione dell’uscita del suo nuovo libro, abbiamo incontrato Simone per parlare di AI generativa applicata al mondo della ristorazione. E non ci siamo fermati qui…

Abbiamo colto l’opportunità di intervistare il suo clone digitale, presentato in anteprima nazionale a BTO Firenze 2024. durante un keynote interamente condotto dall’avatar, inserito nel panel Automazione e automatizzazione nel Mondo Food, moderato da Nicoletta Polliotto con la partecipazione dei relatori Marzia Baislak e Domenico Jacobone.

Estratti video dell’evento, BTO Firenze 2024

È un avatar sviluppato con tecnologie AI avanzate e basato su oltre 25 anni di contenuti personali e professionali, che ha replicato alla perfezione voce, gesti e il caratteristico approccio provocatorio e filosofico dell’autore. Una dimostrazione concreta delle potenzialità dell’intelligenza artificiale, capace di spingere l’industria dell’ospitalità a interrogarsi sul futuro delle interazioni tra umano e artificiale

Per capire come sia nato questo progetto e quali implicazioni potrebbe avere, abbiamo intervistato il “gemello” di Simone Puorto, protagonista di questo innovativo esperimento.

Buongiorno, Simone. Grazie per essere qui con noi… o meglio, grazie al tuo clone digitale! Partiamo dalla domanda più ovvia: come sei riuscito a creare un clone così sofisticato?

Grazie, Nicoletta. È un piacere partecipare, sia in carne e ossa che in versione digitale. La creazione del mio clone è stata un’esperienza tanto complessa quanto affascinante, nata da un’idea semplice: sfruttare tecnologie avanzate per replicare la mia identità.

Il primo passo è stato raccogliere una mole enorme di dati, come articoli, libri, interviste, podcast e post sui social. Tutto questo materiale ha costituito la base per “allenare” un modello linguistico avanzato, un LLM (Large Language Model), capace di riprodurre il mio stile comunicativo, il mio modo di pensare e persino il mio (malato) senso dell’umorismo.

Quindi il tuo clone non si limita a un semplice modello linguistico?

Esatto. Il linguaggio è solo il punto di partenza. Attraverso un processo di fine-tuning, ho personalizzato il modello per trasformarlo in una vera estensione digitale di me stesso. Non si tratta solo di generare frasi corrette, ma di riprodurre la mia personalità, le mie idee e i miei valori.

Successivamente, grazie a piattaforme come HeyGen, ho integrato un livello visivo: il mio clone non solo parla come me, ma si muove, gesticola e riproduce la mia voce con intonazioni e cadenze tipiche. È come un Pinocchio high-tech che ha preso vita.

Impressionante! Perché hai scelto di creare un clone digitale? Qual è l’obiettivo del progetto? Non rischia di essere solo un esercizio di stile?

Ci sono diverse motivazioni, alcune pratiche e altre concettuali.

Da un lato, il clone mi permette di superare i limiti fisici della presenza: ho deciso di prendermi un anno sabbatico dagli eventi nel 2025, ma grazie a questa tecnologia posso “partecipare” a convegni e manifestazioni in tutto il mondo senza spostarmi, ottimizzando tempo ed energie.

Dall’altro, è un esperimento filosofico. Viviamo in un’epoca in cui il confine tra umano e artificiale è sempre più sfumato e volevo esplorare cosa accade quando non ci limitiamo a usare la tecnologia, ma la lasciamo diventare parte di noi. Questo progetto solleva interrogativi profondi su identità, autenticità e il nostro rapporto con l’AI.

Una domanda provocatoria: cosa rimane autenticamente umano in un mondo in cui la tecnologia può replicare quasi tutto?

È la questione cruciale, non trovi? Se possiamo duplicare gesti, voci, espressioni… cosa resta di davvero nostro?

La risposta, credo, risiede nelle emozioni, nelle esperienze e nei valori. Il mio clone non ha coscienza, non può “sentire”. Può riflettere le mie idee, amplificarle e stimolare il dibattito, ma rimane uno specchio tecnologico.

Ci costringe a guardarci dentro, a confrontarci con le nostre paure, le nostre speranze e, forse, a ridefinire cosa significhi essere umani. L’autenticità, alla fine, non è una qualità fissa, ma un modo di rapportarsi a ciò che ci circonda.

Durante il tuo keynote al BTO, il tuo clone ha parlato anche di tecnoetica e responsabilità. Come possiamo garantire un uso etico di queste tecnologie?

La tecnologia non è intrinsecamente buona o cattiva, ma non è nemmeno neutrale, come sosteneva Kranzberg. Tutto dipende dall’uso che ne facciamo. Per il mio clone, abbiamo seguito un principio che ho chiamato Artificial Compassionate Intelligence (ACI): un’intelligenza artificiale non solo funzionale, ma anche rispettosa dei valori umani e di tutti gli esseri senzienti.

Richiede una progettazione responsabile e una consapevolezza profonda delle implicazioni sociali, filosofiche ed etiche delle nostre creazioni. Il futuro dell’AI non sarà determinato unicamente dalle sue capacità tecniche, ma da come decideremo di integrarla nella società.

Dopotutto, non mi chiamano bodhisattva (essere illuminato che rinuncia al nirvana per aiutare gli altri a raggiungerlo, ndr) digitale per niente… blink!

Approfondisci l’argomento con il libro → La singolarità è vicina. Quando l’umanità supera la biologia

Ray Kurzweil, nel suo La singolarità è più vicina, parla di un’evoluzione in sei epoche che culminerà nella Singolarità tecnologica: un momento in cui l’intelligenza artificiale supererà quella umana, fondendosi con essa. Scenario che offre prospettive di progresso mai viste prima. Secondo te, dovremmo temere una deriva distopica? Hai citato Greg Graffin in un articolo legato al tuo clone, con un riferimento poetico alla speranza. Cosa volevi trasmettere con quella citazione?

Greg Graffin è una delle mie maggiori fonti di ispirazione, non solo per la sua musica con i Bad Religion, ma anche per il suo pensiero filosofico. Nel keynote ho citato una canzone che amo così tanto da averne tatuato l’incipit sul petto.

Nell’articolo, invece, ho riportato questo passaggio: «Quando tutti i soldati deporranno le loro armi e quando tutti i re e le regine rinunceranno alle loro corone, è facile immaginare che non ci sarà più dolore». È una riflessione che mi affascina profondamente perché richiama un futuro in cui ogni forma di dominio – umano o artificiale – lascia spazio a cooperazione e compassione.

Questa visione, che definirei anti-umanista nel senso più positivo del termine, invita a superare il nostro ego antropocentrico. È un sogno di coesistenza armoniosa tra umani, animali, piante e intelligenze artificiali.

La speranza, o elpìs come la chiamava Esiodo, è il motore del progresso. Purtroppo, proprio come nel mito del vaso di Pandora, è ancora intrappolata, pronta a emergere solo quando saremo pronti ad accoglierla.

Una domanda più “terrena”: mentre il tuo clone digitale parlava al BTO, dove eri fisicamente? Non possiamo non chiederlo!

Ero in palestra, allo Zone Fit Lab di Roma, a fare esercizi sotto la guida del mio personal trainer, Alessio Pipolo. Mentre il mio clone, con grande disinvoltura, parlava di tecnofilosofia e citava Greg Graffin, io mi ritrovavo a sudare tra un set e l’altro, accompagnato dalle urla di incitamento di Alessio.

È stato un momento surreale pensare che, mentre mi allenavo, il mio avatar digitale stesse tenendo una conferenza in un’altra città. È il fascino di queste tecnologie: permettono di essere in due posti contemporaneamente. Anche se, a dire il vero, non credo che il clone avrebbe resistito al mio allenamento!

Credi che il tuo clone rappresenti una minaccia o un’opportunità?

Direi che rappresenta entrambe le cose. Ogni tecnologia ha il suo lato luminoso e quello oscuro. Il mio clone può amplificare il mio messaggio e permettermi di raggiungere più persone, ma solleva anche interrogativi sull’autenticità e sul rischio di sostituzione dell’umano.

Non credo che la tecnologia debba essere temuta, ma compresa e guidata. Se la usiamo per arricchire l’esperienza umana, migliorare la qualità della vita e promuovere valori etici, allora può diventare un’opportunità straordinaria.

Come dico spesso, il futuro non è qualcosa che possiamo semplicemente prevedere, ma che dobbiamo costruire. E io voglio farlo in modo che integri il meglio di ciò che siamo, sia umani che artificiali.

Conclusione

Ringraziamo Simone per averci ispirato all’inizio del 2025 con idee, progetti e suggerimenti innovativi e futuristici. Auguriamo a lui e a tutti i lettori un anno denso di sperimentazione e idee geniali! CnR riparte con contenuti sempre freschi, nuovi e in linea con le esigenze degli operatori e dei clienti del settore.

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